Gabriella Sica: l’impercettibile trasparenza delle cose

a cura di Gabriele Sebastiani

foto di Dino Ignani


 

Che cos’è la poesia per Gabriella Sica?

Nel corso del tempo ho dato sull’argomento, sempre spinoso, risposte declinate in modo diverso nei diversi periodi. All’inizio ho pensato a una poesia semplice, chiara, limpida. Sulla prima pagina di “Prato pagano”, del 1979, scrivo di parole vere e pulite, di leggerezza prima di Calvino. Era un’aspirazione legata a un tempo in cui l’ideologia ci stava sulle spalle, ma è certo che tra una parola grave e una leggera scelgo sempre quella lieve. Per essere lievi sempre, con occhi e braccia lievi, per “trasformare il difficile in facile”, il tragico in un accenno di sorriso. Si tratta di una levità che ha a che fare anche con la sprezzatura. E poi la poesia è una “parola ritrovata”, una parola che ci arriva dal solco aperto con il passato e la tradizione.

Quando si continua a “scrivere versi” dopo i trenta anni e si doppia quella boa, è qualche cosa che ha dell’incredibile e del meraviglioso, ma è anche un equilibrio complicato tra la vita sempre più esigente e il lavoro speciale che è la poesia. Sì, lo chiamo lavoro, come Seamus Heaney, anche se qualcuno mi ha rimproverato. La poesia avrà pure una forza sacra, ma quando è legata al cordone ombelicale dell’autore è un lavoro quotidiano e instancabile.

La poesia è sovversiva sempre, è estrema comunque, è una milizia perpetua. E sempre più divora tutto il mio tempo, i miei spazi, non mi lascia mai in pace. Spero in una poesia in grado di rammendare la lingua. Il male c’è, ci sono nelle epoche storiche dei picchi di male, è un assillo quotidiano mai come in questi anni drammatici, ma la poesia può riparare questo male, ricomporre il frammentario, l’infranto. È in fondo il motto petrarchesco del ricomporre i frammenti della lingua, che ritorna nella “Terra desolata” di chi scrive: “Con questo frammento ho puntellato le mie rovine”. Tutto per me nasce da una spinta sotterranea e continua alla ricomposizione di ogni perdita, ogni sconfitta, ogni male, fisico o morale. Nei momenti bui la poesia mi ha davvero personalmente salvato, mi ha dato forza e dignità, mi ha tenuto compagnia e con lei ho scavallato brutte crisi. La poesia non è mai nichilismo, è anzi una preghiera laica, cerca un ponte con il divino anche quando non sembra, cerca l’armonia e la pace, è madre di pietà e di fede, ed è anche “la poesia della lode”, un “trasumanare”. Ed è affilata come un coltello, arriva come un fulmine a ciel sereno, è una testimonianza e un dono.

 

 A trent’anni dall’uscita della sua opera prima, La famosa vita (1986), dove in ogni suo verso ha dato prova di ben orientarsi bendata nell’impercettibile (a occhio nudo) trasparenza delle cose,  quali sono i principali cambiamenti della sua poesia più recente?

Ti ringrazio di questa domanda. Mi hai fatto pensare con stupore e incredulità a quest’anniversario. Mi fa pensare al tempo lungo che va dal mio esordio su rivista al primo libro, dal ’78 all’86.  Sicuramente in quegli anni a Roma noi giovani sentivamo una cappa che avrebbe potuto stritolarci se non avessimo cambiato strada, inventato nuovi percorsi. E sono stati anni a Roma di grande fermento, febbricitante in un certo senso. Una nuova generazione si affacciava alla ribalta. Era bello avere tanti amici, si progettava, si scriveva insieme. E se poi le cose sono andate diversamente, ognuno per la sua strada, questo era inevitabile. “Prato pagano” fu qualche cosa d’intenso, nuovo e fresco. Nessuno sbandierava niente, non si facevano cartelli. Si operava, si scriveva e basta. E pensavo alla primavera più che all’inverno e infatti ci furono le mie prime poesie “primaverili”, Primavera del ’77, che ho ritrovato recentemente, quasi dimenticate, e Primavera del 1978, uscite su “Prato pagano” del 1980. Tutto questo per dire che potevo pubblicare ben prima La famosa vita. Ma volevo un’edizione “speciale”, come è stata, parte di un progetto comune con i compagni di strada del momento. Il controverso rapporto con l’editoria era comunque già iniziato. Se dovessi inventarmi ora un’endiadi per quel libro direi: candore e memoria. Il candore di chi comincia a scrivere poesie e pensa dunque di scriverle nuove ed è proprio quello che fa, e la memoria che fin dagli inizi è stata una mia stella polare, anche quando era la memoria breve dell’istante trascorso. E c’era poi un antico sogno di luce e trasparenza, che è quello che tu dici.

Sono stupita dal fatto che a distanza di tanti anni pare che trattengano un po’ dello smalto fresco e antico che avevano. Molti ragazzi continuano ad apprezzarle, qualcuno mi ha detto di averle appese alle pareti. Già, dimenticavo, sono poesie d’amore e di solitudine, molto diverse sotto ogni punto di vista da quanto scrivo oggi. L’unico possibile raccordo è il fatto di coltivare sempre il sogno di una poesia giovane, anche se in contrasto con tempi ancora una volta, come allora, tumultuosi.

 

La famiglia in tutti i suoi risvolti, l’incontaminato luogo d’origine, l’attaccamento al quotidiano scorrere della vita sono solo alcune delle tematiche più ricorrenti nella sua  produzione letteraria. Per una “romana d’adozione”, come lei ama definirsi, quali sono i ricordi di quel trasferimento spartiacque fra i paesi in cui ha vissuto prima, nell’Italia centrale, e Roma? Una coraggiosa  scelta dettata principalmente da cosa?

La famiglia, il familiare, la fedeltà all’amicizia e all’origine, l’appartenenza ai luoghi sono temi a me cari. La poesia è sempre originaria. D’altronde i romani per nascita sono pochi a Roma, non solo oggi ma anche nell’antica Roma, quando i poeti venivano tutti dai vari paesi, Sulmona, Venosa o Mantova. Roma è la città delle rovine, la città prediletta dalla poesia che a sua volta è un paese di rovine per antonomasia. Io vivo a Roma e qui si è svolta tutta la mia formazione culturale, eppure i miei primi anni in cui il verde e la natura erano al centro dei miei sguardi e della mia vita fanno una differenza, sono un incremento di ispirazione, un bacino incandescente.

 

 Alcuni mesi fa ha dato alle stampe Cara Europa che ci guardi 1915-2015, il quale “non è un romanzo, non è un saggio, non è un diario di viaggio”. Saprebbe offrirci ulteriori spunti di riflessione sul genere o sui generi (sui generis) incastonati in questo suo ultimo lavoro dalle molteplici letture?

Spero sempre di scrivere poco. E invece a volte cado nella trappola, come con questo libro, che è nato dalla speranza di fare più Europa, nonostante le delusioni già evidenti. Mi pareva un sogno di pace e di bellezza, di riscossa quasi risorgimentale, in un momento in cui da ogni parte sembrano tornare spiriti di guerra, quelli che hanno portato il continente per ben due volte in abissi disumani. E il titolo ricorda infatti alcuni versi di Vittorio Sereni, militare nella seconda guerra mondiale, e poeta che più di altri ha avuto un presentimento d’Europa. Poi il libro è scivolato verso altre sponde letterarie, a cominciare dall’autobiografia. Racconto del nonno materno nella prima guerra mondiale e di suo fratello morto in guerra, che è stata anche la storia di Gadda. La storia di mio padre in Africa e di mia madre sotto le bombe. E poi sono giunta, per le misteriose vie dell’ispirazione, a ripercorrere tracce dimenticate della mia infanzia. E racconto anche, obliquamente, la storia di una ragazza di famiglia modesta che frequenta il Liceo classico al Mamiani e costruisce la propria emancipazione. Certamente non appartiene a nessuno dei generi trionfanti, il giallo, il nero e ora mi pare anche il rosa… anche se oggi in libreria di trionfi purtroppo non se ne vedono. Ho sempre scritto poesie, e la poesia, come si sa, non è mai un trionfo o una vittoria, se non altro perché è sempre dalla parte del fragile e della mancanza. Cara Europa l’ho definito infatti un libro scalzo, essendo uscito presso un piccolo editore e considerando che non poteva avere vita facile né contare su appoggi aprioristici e costruiti a tavolino come è ormai scontato, ma piuttosto sulla reputazione che mi sono, spero, costruita nel tempo. Singolare come a volte un libro ha una sua corazza da cui deve liberarsi per aprirsi, e questo aiuto non può che venirgli dai lettori, i pochi lettori manzoniani che si può, oggi come allora, miracolosamente trovare in tempi così tanto gremiti. In ogni caso ogni volta che scrivo un libro in prosa è un piccolo calvario, come se i critici in via di sparizione siano infastiditi dal fatto che un autore che scrive in versi non possa scrivere un libro in prosa.

 

Fra i poeti del Novecento che ha maggiormente amato fin dalla sua adolescenza e che ha letto e riletto, quale consiglierebbe a un giovane studente ai primi avventurosi invasamenti letterari e perché?

Per capire cos’è la poesia un ragazzo o una ragazza dovrebbe incontrare un poeta moderno, del suo tempo o di quello precedente. A me è capitato di incontrare Umberto Saba, come ho scritto più volte, in un’edizione degli Oscar Mondadori a 350 lire, in una cartoleria di Piazza della Balduina. Suggerirei ancora Saba, ma se vogliamo trovare un poeta che allo stesso modo abbia trovato la pronuncia più giusta della poesia nel parlato, direi che questo è Vittorio Sereni. E naturalmente Caproni, Penna, Pasolini. Ma per un giovane è un’esperienza radicale conoscere un poeta in carne e ossa, capire che la poesia non è una cosa astratta e distante, ma si incarna in un corpo, in una persona. E per questo le scuole e le università dovrebbero invitare di più gli scrittori e i poeti. Invece ora sono invitati solo ai Festival, che sono più che altro caravanserragli, repliche televisive dal vivo.

 

Qual è la sua attuale opinione, in piena era digitale, della sempre più diffusa poesia in rete e quale futuro prefigura per quest’arte dalle orali tradizioni.

Ricordo la meraviglia, l’immenso stupore, intorno al 1994-’95, nello scoprire il web: sembrava davvero una favola che si potesse navigare in quel mondo astratto per le vie della conoscenza, tutti nuovi Ulisse increduli davanti al folle volo. L’emozione e l’incredulità nel non riuscire a credere che quanto potevo scrivere sul computer potesse davvero raggiungere l’interlocutore. Mi ci sono tuffata in quel nuovo mondo e già nel 2001 mio figlio che era poco più di un bambino riuscì, ancora non so proprio come, a costruire un vero sito, aggiungendo meraviglia a meraviglia. Ricordo che mi ponevo il problema, dal momento che nessuno dei poeti e scrittori che conoscevo aveva un sito personale, se fosse davvero elegante farne uno, tutto dedicato alla mia poesia. Adesso tutto è saturo, debordante, frastornante. La tecnologia non è a nostra disposizione, ormai ne siamo solo sudditi più o meno riottosi.

Per quanto riguarda la poesia ho sempre pensato che la rete potesse essere un supporto strepitoso per la diffusione e la lettura della poesia. In un certo senso è vero. Mie poesie sono state incluse in prestigiose antologie solo perché trovate in rete, senza alcuna conoscenza personale. Recentemente mi è capitato di trovarne in un’antologia iraniana di poesia italiana del Novecento. E questa è una cosa strepitosa. Come è strepitoso ascoltare le poesie dalla viva voce dei poeti. Eppure molte cose sembrano bloccate. La comunicazione del web senza indirizzi specifici rischia la bulimia, è frastornante. Facebook ci allieta ma non è costruttivo, non emerge un’autocoscienza collettiva e un’anima. Alla fine è una vetrina vuota e inutile. Si hanno tanti rapporti ma davvero pochi si sviluppano e niente cresce. Non è un campo che dia frutti, non mi pare. Dominano più che le parole l’io singolare o l’io plurale del gruppetto. E il presente schiaccia il passato. Le fonti qui non ci sono. Ognuno, senza alcun rigore, senza alcuna paura di essere contraddetto, dice quello che gli pare o che vuole o che gli conviene. C’è la democrazia del parlare, d’accordo, e questo è fantastico, ma spesso è una democrazia che trasforma quello che era vero in falso e il falso in vero.

 

18-19 giugno 2016

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