Conversazione con l’editore Marco Saya

Marco Saya Edizioni, casa editrice milanese, nasce nel 2012 e si occupa prevalentemente di poesia contemporanea.

 

Marco Saya perché pubblicare poesia oggi?

marco saya editore milanoMS: L’idea, in realtà, ce l’ho sempre avuta. Ho sempre pensato a una mia idea di scrittura poetica da ricercare e da proporre al lettore. Amo, ad esempio, Montale, la sua ironia, il suo modo di scrivere la filosofia del vivere. Mi piacerebbe riprendere quel discorso nella penna di giovani autori e chiaramente adattarlo alla nostra contemporaneità. Ritengo che, oggi, ci sia spazio per tutti, la poesia non è un orticello verde per pochi e sterpaglia per i più, dunque perché non pensare a differenziarsi con una propria proposta? Anche perché non avrebbe senso come editore essere un copia incolla di “prodotti poetici” di altri editori.

 

Come si occupano della poesia Marco Saya Edizioni?

MS: Quando ho deciso di intraprendere questa attività ho pensato a una linea editoriale che avesse una propria coerenza di scelta all’origine. La casa editrice deve indicare, giusto o sbagliato che sia, un percorso preciso al lettore (una scuola di pensiero), il quale nel tempo a venire, quando prenderà in mano un libro del catalogo, saprà di “che morte deve perire”. Non si possono mischiare (come spesso accade nei cataloghi proposti dalle varie case editrici) gli “amori della peppa”  che non interessano a nessuno, anche se in “bello stile”, con la poesia “civile – pacifista”, tanto per dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Questa è una politica editoriale, a mio avviso, “discutibile”, sarebbe un po’ come andare all’Esselunga con il carrello della spesa e prendere ciò che capita, quasi a caso.

 

Che cos’è per Marco Saya la poesia?

MS: La realtà è il mio punto di osservazione, lo sguardo percepisce la molteplicità delle angolazioni del nostro  raffrontarci con l’esterno, un rapporto complesso che richiede presenza e attenzione, un ascolto che sfocia in dialoghi diretti con un mondo fatto di percezioni, sensazioni, punti “deboli” che si tramutano in pensieri che rincorrono altri pensieri in una danza vorticosa accompagnata dai ritmi del proprio habitat. Il testo pensiero prende così forma nella sua eterna contraddizione come una partitura dove il tempo non è mai stabilito a priori ma è ogni singola misura o battuta a scandirne le trame, sempre diverse ma vicine perché vogliono capire, cercare di prevenire le misure successive. Questo richiede una totale simbiosi con il proprio reale, un mondo “working in progress” che costruisce il racconto, lo sviluppa, lo articola, lo canta  nel gusto del vissuto e di “quello che rimane da vivere”, una forbice strettissima che non lascia spazi a voli siderali e pindarici “fuori dall’io, dagli altri e dalle cose”. 

Dunque la poesia, a mio avviso, deve essere vicina al tempo che si vive, a questo nuovo millennio che, tra una tecnologia esasperata e i nostri passi che faticosamente arrancano, aspetta di essere rappresentata in tutta la sua complessità emotiva, nevrotica e aggiungo piuttosto confusa. Mi piace, così, osservare quasi come un cronista armato di ironia ma anche di tanta amarezza  il caos del nostro tempo, partendo, appunto, dalle piccole cose, dai singoli oggetti, feticci divenuti una nostra seconda pelle, dal nostro essere in questo mondo senza una vera identità, una sorta di cloni che attraversano questa vita senza rendersene conto.

 

Che sesso ha la poesia?

Mi piace anche pensare che la poesia sia mitologicamente figlia di Ermafrodito, a sua volta figlio di Ermes e Afrodite che, essendosi fuso con una ninfa, risultava possedere tratti fisici di entrambi i sessi.

 

Di che colore è la poesia?

Il colore della poesia potrebbe essere il colore dell’ignoto, quel blu intenso che tende alla notte dell’universo spazio temporale così come aveva già “intuito” Mario Luzi.

 

Se ti chiedessi di chiudere in versi? 

Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s’intersecano. E’ quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

(Montale)

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